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Le ragioni del corpo e quelle della scienza (ufficiale)

 

 “non può essere la scienza a rendere  conto  della più profonda soggettività dell’uomo poiché l’uomo stesso non è riducibile ad un’esperienza della scienza”

 

Nella novella intitolata “La morte di Ivan Illic”, Tolstoj racconta la storia di un uomo che giunto al vertice della propria carriera, al culmine della propria vita, piena di successi e di soddisfazioni, viene colpito da una malattia tanto misteriosa quanto inesorabile. D’un tratto tutto ciò che era stato per lui consueto e familiare gli  appare incomprensibile ed estraneo, tutta la sua vita, una vita “sbagliata”. Si rende conto che l’idea di non aver vissuto la propria esistenza come avrebbe dovuto poteva essere la verità: il suo lavoro, la sua famiglia, i suoi interessi sociali e professionali, tutto ciò poteva essere sbagliato. “Tentò di organizzarne, di fronte a se stesso, una difesa: e all’improvviso avvertì tutta la debolezza di quello che difendeva. Non c’era niente da difendere.” Tutte le figure a lui familiari: il cameriere, poi la moglie, la figlia, il dottore, ogni loro movimento, ogni loro parola non faceva che confermare la tremenda verità che gli si era rivelata in una notte. In loro egli vedeva se stesso, tutto ciò di cui aveva vissuto, e vedeva chiaramente che tutto ciò era sbagliato, era un orribile enorme imbroglio, …che nascondeva la vita e la morte”.

Ivan ha vissuto come tutti risalendo le tappe di quella normalità che potremmo definire borghese: lo studio, il “posto”, il matrimonio, una vita familiare decorosa e una vita sociale scandita dalle partite a vint con i colleghi del tribunale. Raggiunge quindi una posizione ragguardevole e ambita, poi la malattia. Una malattia che progressivamente lo allontana e lo isola dal suo mondo, da quel mondo il cui ordinamento e la cui gerarchia di valori egli stesso aveva ordito e stabilito. La malattia penetra nel mondo di Ivan con l’aspetto inquietante della sua alterità e con la sua fortissima carica eversiva. Essa viene quindi negata e taciuta poiché “scandalosa” e carica di minaccia per quell’ordine e quella gerarchia. La malattia non può entrare a far parte della vita, deve restare un suo aspetto residuale perché tutto continui come prima. E tutto attorno al protagonista concorre ad ignorare e tacere la sua sofferenza: i familiari, gli amici, i conoscenti, tutti fingono di non accorgersi che sta morendo. Ed Ivan, poco a poco, comprende la menzogna di quel mondo e di tutta la sua esistenza che è sconvolta di fronte all’apparire della figura inquietante e temibile della propria morte. Nella prossimità della morte egli scopre, allora, il vero senso della propria vita: in quel punto limite da cui si rischiara il percorso dell’autocoscienza e in cui balugina, d’un tratto, la luce della propria autenticità.   
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